Drammaturgia e regia

Marzia Ercolani

 

con

Luigi Acunzo

Marzia Ercolani

 

Costumi

Flavia Migani

 

Disegno luci

Gianni Staropoli

 

Collaborazione artistica

Alessandra Cristiani

 

Foto

Matteo Nardone

Carlotta Tucciarone

 

MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

 

 

 

“Ogni sogno è un pezzo di dolore che noi strappiamo ad altri esseri.” 

(A. Artaud)

 

Uno spazio, un anfratto desolato, sospeso.  Un fusto di petrolio pieno di spazzatura, accanto, una grande busta nera su esso accasciata. Più in là un piccolo cumulo di mattoni e macerie. Un grande fascio di luce ferisce lo spazio attraversandolo in diagonale. Un luogo profano eretto a sacro, un inferno che si ricicla Eden urbano, contemporaneo, munnezzaio di bisogni, nevrosi, possessività, feticismi, autodistruzioni. Un uomo e una donna. Due maschere giocano assieme come in un rito quotidiano. La donna Vergine de “o Munne”, protegge e figlia anime di vetro, umide viscere emotive, umano che butta via se stesso, che ricicla scarti di sé e aspira a costruire castelli dalle fondamenta di spazzatura. L’uomo giullare “delle differenze” nel suo regno di materia mescola, sacrifica e differenzia in una messa quotidiana pensieri incartati, corpo di plastica, vittima e carnefice di un mondo consumato, della sua parabola capitalistica sovraproduttiva eccedente di scarti. Assieme ricercano tra la munnezza “de o munno”,  la via per ritrovare una interezza originaria, una luce interiore e ricordare l’ancestrale sapienza dell’unicamente necessario

Osservo, indago, conservo, getto via parti di me, consumo il mio corpo, distruggo e costruisco i miei volti, la mia identità, mi lascio desiderare, usare, mi utilizzo, mi rivendo, divido la mia materia, separo essenza e umori, mi faccio raccogliere e riciclare, rinasco ad ogni rimpasto. In scena due esseri umani, due angeli caduti, maschere in conflitto e armonia con il potere centrale di un io richiesto dal sistema. L’uomo,  pulcinella e sacerdote contemporaneo, la donna, bambola e madonna metropolitana, maschere gettate, pupazzi usati, rimettono in scena il rito quotidiano di vivere galleggiando nel mare di spazzatura materiale ed emotiva alla quale il sistema umano ha assoggettato se stesso. Assieme in questa sorte eppure soli, ognuno con i propri desideri e le proprie intime preghiere, demiurghi e distruttori, desiderosi di ricordare la propria interezza, la propria semplicità,  in un gioco di scarti e differenze lentamente ritornano al sacro, al vero, all’essenza, al dialogo dei corpi, come in una prima “Messa”, in un rito antico in cui femminile e maschile si riconoscono differenti e necessari come unici e identici, accolti  nell’unità dell’origine, trasformando resti e avanzi in poesia e gioco. Modellare merda per creare amore non può che incontrare tracce del maestro Francois Artaud e i versi di una sua struggente preghiera, nella speranza che il nostro quotidiano ragionare vacilli per morire lontano dalla morte. 

La spazzatura, la raccolta differenziata, il riciclo, la discarica come specchio del nostro gestire noi stessi, metafora dell’incapacità dell’uomo contemporaneo di accontentarsi del proprio sé, ossessionato come è nel collezionare nuove identità a misura del sistema o distruggerle per ribellione, comprando, vendendo e gettando parti di proprio essere. La riflessione autoriale sulla monnezza che siamo, sulla bellezza nascosta del semplice, del vero, del puro, bellezza deturpata, colorata dall’eccesso, dal cosumo, dal potere, processo contemporaneo e universale che investe ormai  tutto “o Munno”, è accompagnata da uno sguardo al nostro Bel Paese, al nostro oggi in cui stiamo consumando, rivendendo, riciclando, plastificando  ogni aspetto della nostra anima, della nostra cultura, della nostra terra, della nostra civiltà.  La scrittura, le maschere, lo sguardo alle icone sacre fortemente popolari si ispirano all’immaginario partenopeo tradizionale mescolandosi con elementi di contaminazione contemporanea, perché nel processo drammaturgico la città di Napoli è affiorata naturalmente come simbolo di questo popolo meravigliosamente umano che siamo tutti noi italiani, demiurghi e vittime di noi stessi e del superficiale sistema consumistico che alimentiamo. Il linguaggio non può che essere un dialetto dal sapore partenopeo, ma che fa eco al sud tutto, un dialetto inventato, voce viscerale, vagito primitivo eppur contemporaneo perché solo il dialetto è constantemente in trasformazione. Un sud non solo geografico, ma sud come luogo interiore di ogni primaria pulsione, in cui viscere e umori non conoscono pensieri, ma solo atti. Dal Sud nasciamo e in un Sud torneremo. 

Marzia Ercolani

 

“Anche l'anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per i più boriosi (voglio dire i nostri cari "pessimisti" moderni) – il buon Dio”. Friedrich Nietzsche