RASSEGNA STAMPA – INTERVISTE

Daniele Rizzo - Persinsala - FESTIVAL AD ARTE (CALCATA)

 

La chiusura di questa prima edizione di Ad Arte 2014 – TeatroCineFestival è affidato a Sono Morta Anche Io al Teatro Greco, la cui apertura e restituzione alla collettività rappresenta di certo uno dei maggiori meriti di Igor Mattei e Marina Biondi. Lo spettacolo è una variazione sul tema dell’educazione e sulla natura alienate di una didattica intesa in senso normativo e punitivo. Non a caso il protagonista è un ibrido che richiama contemporaneamente Pinocchio e «la bambina coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera», Lucignolo e il Pierrot lunaire di schönberghiana memoria che vive emotivamente esasperato, melanconico e romantico, angosciato e grottesco.

Accanto all’esplicito naso di legno, sono diverse le immagini che richiamano direttamente il celebre burattino di Collodi. Dal rifiuto di una medicina (che, amara, la Fata turchina riuscirà a fargli prendere sotto minaccia della morte) ai sensi di colpa nei confronti del dolore causato agli altri. Dalla pretesa di non andare a scuola come era uso fare al Paese dei Balocchi, fino alla splendida citazione «Romeo, Romeo la tua morte illumina le loro impotenze». Un riferimento al figlio dei Montecchi e al vero nome dello scapestrato compagno di giochi di Pinocchio, potentemente ambiguo e che raggiunge un duplice obiettivo, attraverso questo testo che somiglia tanto a un flusso di in-coscienza e che riprende tesi della psichiatra americana Alice Miller. Il primo, quello di stigmatizzare una pseudo-morale civica nata all’insegna del confessionale «onora il padre e la madre». Il secondo, di intaccare l’ideale di amore/obbedienza assoluto al quale le discipline pedagogiche hanno finito per omologare ogni manifestazione di affettività, per esempio, tra genitori e figli. Tuttavia, pur ritrovando a posteriori diversi spunti in sintonia con questa intenzione, l’idea che l’educazione e le istituzioni pubbliche e private a essa preposte siano dispositivi coercitivi di potere e cultura non sembra emergere con la voluta precisione. Più che la psicologia inconscia di imposizioni morali che, aspirando all’oggettività, finiscono per mortificare le reali individualità, si manifesta visivamente e ideologicamente una narrazione metateatrale e umanistica, dunque di carattere più generale. Sintetizzato nella richiesta «posso morire anche io?», il riferimento è quasi dichiaratamente esistenzialistico. L’ineluttabile che rende vana  ogni passione, il nulla che condanna l’essere venuto al mondo, la morte come possibilità necessaria sono ossimori solo in apparenza perché forme reali di una, l’unica, oggettività che accomuna ogni essere vivente. Temi che dalla metà del novecento caratterizzano la speculazione filosofica e la pratica psicoterapeutica, ormai entrambe legate alla prospettiva della cura e non della guarigione. Un termine – quello della cura – tremendamente ambiguo, risalente allo splendido mito romano sull’origine della vita, e che esprime la relazione dell’esserci (l’umano vivente) con il niente ontologico che ogni uomo e donna destina (letteralmente) a sé, agli altri e al mondo. Queste che possono sembrare astruse e astratte complicazioni hanno, invece, avuto conseguenze molto concrete, come, per esempio, la demolizione dell’idea di una scienza farmacologica quale unica soluzione per problemi psicologici e comportamentali. Problemi, oggi interpretati quali risposte coerenti pur disfunzionali del malato al proprio Mondo di appartenenza e a quei rimandi di significato che il potere ha definito folli perché alternativi al sistema. Visto sotto l’ottica di questo ribaltamento di prospettiva, il disturbo mentale non va represso perché non è una questione di ordine sociale. Non è origine di comportamenti inaccettabili, quanto esito di una ansia di anticonformismo rispetto ad una omologazione che ha espulso dall’alveo della normalità quanto di materialmente inutile o minaccioso per la collettività dominante. Dunque, problema da affrontare permettendo al soggetto in questione di riprogettarsi con a disposizione un contesto inclusivo e nel quale avere assicurata la libera espressione della propria singolarità. Sono morta anche io sembra allora affrontare questioni di carattere più generale rispetto al target, patendo in questo senso un caos scenico in larga parte comunque voluto e ben gestito dalla sua interprete. Un disordine che rappresenta, dunque, più che processi di liberazione onirica e inconscia, quel margine su cui lavorare per far rendere al meglio questo spettacolo. Giustamente ambizioso nel decostruire quello che è uno degli nodi cruciali della società contemporanea: la funzione di liberazione oltre l’emancipazione che l’istruzione dovrebbe avere, ma che spesso, impossibile negarlo, non ha. Uno spettacolo di chiusura, da applausi soprattutto per l’ottima performance di Marzia Ercolani, che con il suo finale aperto e di speranza lancia l’assist ideale per una attesa prossima edizione di Ad Arte – TeatroCineFestival.

 

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Claudia Quaglieri/Tommaso Fersini

RECENSITO.IT

Marzia Ercolani e la sua fiaba sulla speranza

 

Lo spazio è quello cubico di Teatroinscatola, una vera e propria scatola che ha ospitato per dieci giorni, a maggio, il nuovo lavoro di Marzia Ercolani “Sono morta anche io – diari di una fetocchia d’eccezione”. Nessun altro luogo scenico, limitato, quasi claustrofobico, avrebbe reso alla perfezione questo lavoro di ricerca su stessa, di scavo nelle profondità del pensiero, di scoperta di una risposta da donare a sé e al mondo. Tutto è equilibrato, gli oggetti di scena creano una struttura ideale e simmetrica in cui si può muovere agilmente l’unico personaggio, che accoglie in sé voci diverse. Quello di Marzia Ercolani è uno spettacolo a più strumenti che tendono in un’unica direzione, votati a creare un movimento di scossa alle coscienze, attraverso giochi infantili di parole che mutano in filastrocche. Ci mostra una realtà in cui tutto sembra morto, in cui sembra non ci sia via d’uscita, in cui solo lei è rimasta a giocarsi l’identità su un monologo puntellato di un’ironia fiabesca. Eppure no, non è sola. Attraverso la creazione di un ponte tra realtà e fantasia, tra quotidianità e fiaba, permette di vedere con più chiarezza quelle tensioni che legano alla resistenza. Perché in un mondo di sgretolamento e di sofferenza non si può fare altro che resistere. E lei lo ribadisce, con forza, con dolore, cerca di mostrare la realtà di branco a cui tutti siamo destinati, se non si reagisce. “L’idiozia è sempre in agguato”, dice. Ci mette in guardia sul rischio di rimanere catturati nei meccanismi superficiali di passatempo, sulle piccole mancanze quotidiane che diventano con facilità un progetto di vita. Si ascolta, silenziosamente e non senza imbarazzo. Si muove in una vita sofferta e sofferente che accetta e vuole condividere con tutti gli occhi che sono lì a guardarla. Per scoprire la sua grande speranza: “In questa casa sono tutti morti. Tranne uno. Che non muore mai. Se facciamo silenzio, forse ancora lo possiamo udire”.  Claudia Quaglieri

 

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"Sono morta anch'io" ci ha obbligato a ripercorrere attraverso un faticoso ma necessario sforzo mentale ( metafora dello stress del parto? ) gli angusti spazi dimenticati della nostra crescita. Il labirinto che la nostra psiche ha dovuto attraversare senza guida sin dai primi vagiti fino alla venuta al mondo del nostro essere cosciente. La forma della nostra anima, della nostra personalità è simile a quella di un albero cresciuto sotto la spinta del vento della cultura. Ma come sarebbe stata la forma con un vento diverso? O come in assenza di esso? Quale la pura, la vera natura? I nostri primi movimenti assomigliano quelli di un burattino legato a fili invisibili mossi da arcani maestri, che spesso ci hanno impartito movimenti goffi, insicuri e sgraziati. Obbligati a nuotare nel mare della vita, profondo, oscuro, sacro e insondabile senza alcun salvagente, senza nessun faro. Costretti a nuotare da soli in balia di una cultura che spesso si contraddice auto delegittimata sin dalle prime infantili riflessioni provocando uno stato di ebrezza in cui si confondono bene e male, bello e brutto, giusto e sbagliato. Nel labirinto complicato dei ricordi di infanzia abbiamo ritrovato le cause della nostra stessa morte. Siamo stati fatti! Formati! "babbo non ho le orecchie" e condannati nel giorno del nostro battesimo! L'abbandono è poi inevitabile. Il distacco. L'incomunicabilità è subito costruita da strati di menzogne, che seppelliscono le nostre emozioni pure e sfrenate come il gioco incontrollato dei bambini. Non sono i bambini a mentire essi si difendono dalle nostre bugie. Una recitazione profonda. Brava.  Tommaso Fersini

 

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SONO MORTA ANCH’IO: il testamento turchino di Marzia Ercolani una Fetocchia d’eccezione -  di Susanna Casubolo  per  “Roma che verrà”


“SONO MORTA ANCHE IO – Testamento turchino di una Fetocchia d’eccezione”, nasce da una riflessione sulla qualità dell’infanzia, sul mondo del bambino, sull’educazione come forma di potere, sulla cultura di matrice cattolica basata sul sacrificio dei figli, crocifissi dai padri, sul quarto comandamento biblico che impone di onorare padre e madre a prescindere, cultura che produce da secoli, specialmente nel nostro bel paese, una società gerontocratica. Uno scenario di fiaba, un luogo del possibile e dell’epico circonda l’attrice, anche autrice e regista, nel suo monologo. Le fiabe non sono solo per bambini: sono per i bambini che saranno adulti e per gli adulti che sono stati bambini.

“Quando lavoro per il teatro preferisco creare esseri clowneschi, fiabeschi o grotteschi maschere immensamente portatrici di una sintesi umana, di una purezza nel bene e nel male, uniche che mi sembrano adatte ad agire e dar voce al mio linguaggio drammaturgico – spiega l’autrice Marzia Ercolani – Questo lavoro è stato ispirato anche dalla lettura di numerosi libri scritti dalla psicolanalista Alice Miller. Indagando il tema del bambino dotato e della perdita del sé è affiorata la grande avventura italica di Pinocchio. Non mi interessava rimettere in scena le parole di Collodi, ma prenderne a prestito alcuni schemi come il sacrificio dell’istinto originario del figlio per diventare “una bambino vero” e la collusione con la sacra famiglia (Geppetto, diminutivo di Giuseppe, è falegname, la Fatina turchina una Vergine Maria illibata, l’asino simbolo di Cristo). Così ho inserito la mia drammaturgia in un gioco collodiano, ponendo il mio sguardo su essa da altri scorci. Scelgo la bambina dai capelli turchini ancora non donna. Scelgo quel burattino abbandonato sulla sedia alla fine della fiaba. E li faccio rinascere, muovendosi in un altro tempo, un prima, un dopo, un mai, un sempre”.

Così nasce Fetocchia (un feto collodiano) per raccontare il bisogno di salvaguardare il seme originario di ognuno di noi, il seme puro, non ancora concimato dall’educazione, dalla morale, dal senso del dovere non personale ma imposto dal buon senso comune.

“Personalmente non sono cattolica credente. Credo nell’universo, nella natura, nell’anima sana, onesta, pura, nel rispetto, nell’amore – continua l’autrice – la mia speranza conclusiva è che si possa credere in noi stessi, che si possa conoscere e riconoscere la nostra essenza originaria e pura. Non credo che il rispetto, l’amore, il limite del proprio ego possa essere insegnato con l’obbedienza, il sacrificio e il martirio. Così al massimo si educano seguaci, figli eterni, martiri, padroni, e per contrasto, ribelli o eremiti. La scelta più difficile da portare in scena è stata quella di non scrivere una trama drammaturgica vera e propria ma di sguazzare nel mare collodiano assieme al mio stile personale potando tutto ciò che poteva essere eccessivamente logico e consequenziale. Non amo spiegare allo spettatore, aiutarlo in ogni passaggio, come non desidero metterlo in difficoltà. Cerco solo di averne rispetto e di lasciare a lui spazio di emozione e riflessione. Non mi interessa che lo spettatore capisca con la logica. Spero che senta con il cuore, con le viscere. E che possa riempire la sua percezione di soggettive considerazioni, di connessioni personali, di emozioni illogiche. Che possa essere attivo e creativo assieme a me. Se nello spettatore si accenderà una curiosità, mi auguro che sia una curiosità verso l’origine di se stesso, verso quell’istinto antico e sgambettante, vitale, ingenuo, vivace, credulone, giocoso che troppo spesso viene dimenticato. Se tutti ne avessimo cura, forse
saremmo adulti più maturi e veri”.