L'inizio: Manifesto per una cultura agita

Oggi, 18 marzo 2017, inizio a scrivere qui, su questa carta virtuale. Attraverso tanti linguaggi da alcuni anni, tanti i luoghi in cui tento di seminare, riviste letterarie, pubblicazioni editoriali, le drammaturgie e il teatro, i versi e le performance, i racconti, gli aforismi o meglio i miei "stupidari". Tanti luoghi nei quali approdo e dai quali riparto. E mi son chiesta: "E se ci fosse una tana nella quale riporre, tra le partenze e i ritorni, tutta questa transumanza creativa, questo nomadismo forse immaginario, organicamente sensibile, o semplicemente questa logorrea percettiva? Eccomi allora, a tentare di far incontrare in questo luogo le mie visioni che a volte percepisco straniere l'una all'altra. Chissà che qui, piano piano, non riescano a vedere la loro matrice comune, che, al di là delle lingue e delle forme differenti, le accomuna. E così, per celebrare l'apertura di questo "altrove", non posso non riportare il manifesto che scrissi anni fa a guida e focolare di Atto Nomade Teatro. Una preghiera che cerco, tra tutte le mie goffaggini e le imperfezioni, di onorare come posso. Manifesto dedicato ad Antonio Neiwiller che scrisse a sua volta il ""Manifesto per un teatro clandestino", al quale sono profondamente affezionata.




MANIFESTO PER UNA CULTURA AGITA

(dedicato ad Antonio Neiwiller)

Una cultura stanziale

è una pianta nata in serra.

Scaldata da raggi elettrici,

mai bagnata dalla rugiada.

Una cultura concimata

da scopi chimici,

lucidata, colorata, anabolizzata

selezionata per compiacere

l'occhio goloso.

Scontata, prezzata.

Cultura da discount.

Tutto ha lo stesso sapore, lo stesso odore.

Gli stessi pensieri, gli stessi gusti.

Noi siamo ciò che mangiamo.

Noi siamo ciò che pensiamo.

Noi come massa,

informe e insapore moltitudine

di carni da ingrassare,

minuscole frazioni

di unicità mozzate,

organizzate in gerarchia.

Animali in gabbia,

senza libera corsa

senza conoscenza.

Morte utile al guadagno.

Che noi diventi una danza

di sguardi personali,

di soggettività condivise

di individuali esploratori.

Compiere atti nomadi.

Intraprendere un pensiero errante.

Che Artisti e intellettuali

ritornino primitivi.

Nomade non è senza terra

Nomade è colui che risiede,

colui che abita.

che mette radici, costruisce case,

coltiva campi, alleva animali.

E infine si allontana,

alla ricerca di prati più verdi,

di albeggi sempre diversi

celebrando i bisogni dei suoi animali

Che Artisti e intellettuali

portino al pascolo le proprie visioni,

coltivino radici che non diventino catene,

nutrite dall'azione che sposta,

dall'esplorazione di altre zone,

terreni freschi, sapori e odori nuovi,

lasciando che crescano libere da ancore.

Che artisti e intellettuali

tornino a zappare il proprio orto,

a transumare con gli animali,

ad offrire la propria produzione

porta a porta,

a non cercare sazi consumatori

avvelenati dai conservanti e

affamati di stordimento,

ma essere umani da guardare negli occhi.

Un’arte che smuova gli umori,

che non compiaccia

che non distragga,

un’arte che risvegli,

nel riso e nel pianto,

che "sposti" dalle terre conosciute

che infonda il coraggio di guardare più in là,

e restituisca la ricchezza di partire

la gioia di tornare,

di crescere nel mondo,

nomadi, in evoluzione primitiva.

Marzia Ercolani

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