Tutto te minuto per minuto.

Quella voce roca, graffiante, capace di farti vedere anche l'odore del sudore, o di restituirti il battito cardiaco del portiere. Non credevo che quella voce mi avrebbe segnata così profondamente, che si sarebbe radicata senza possibilità di lasciarla andare. Non lo credevo perché a dire il vero mi annoiava, non ho mai seguito davvero il calcio, a parte le figurine panini, qualche emozione per Falcao, una cotta per Platinì e una parentesi esaltata per Maradona. Soprattutto quella voce rotta dettava legge. Al suo accendersi nulla poteva competere per levarle la tua attenzione.


La domenica sportiva, la tua domenica. Oggi quel timbro, quelle parole, quei gol annunciati esultando con rigoroso garbo, mi sono cari, sanno di casa, sanno di te. In fondo la domenica Sandro Ciotti era anche il mio cronista. Ché anche io giocavo. La mia camera il campo, la mia fantasia la tattica, il mio cuore la rete. Avrebbe potuto dire: "Ed eccola costruire tende con le coperte, si accampa nelle pause di un viaggio verso la terra promessa, come nei film dei gringo che vede assieme a te, ed ora stacca su tutto e si ritrova in una casa di legno modesta, nella prateria, immaginando lavori semplici, fratelli e sorelle, la cura delle piccole cose. Poi cambia strategia, allunga il passo sulla fascia e inizia a imbellettare piccole bionde pin up, fino a dare il meglio di sé nel disegno, campionessa indiscussa di impiastricciamento, macchiatura vestiti, scrittura sulle pareti. Ma eccola infine che vola verso la vittoria ed entra a piena rete nei romanzi. Clamoroso all'epilogo: volteggia impavida tra le lame, diventa la quinta moschettiera e sposa D'artagnan!


Io giocavo le mie partite, tu le tue. Quella cronaca era un appuntamento certo. Quella cronaca era la nostra cronaca e non solo nostra, era la cronaca di tanti bambini nati tra la fine degli anni 60 e i primi anni 80. Era il giorno del papà a casa. Poi il calcio si è moltiplicato, tra coppe varie e molteplici trasmissioni, non fu più eco del lavoratore a riposo. Ma in quei tempi, in cui ero sospesa tra ginocchia sbucciate e pastarelle alla panna, sapevo che quando il buon vecchio Sandro entrava in casa con il suo graffio tu eri lì, nella stanza accanto. E che a graffio spento era il momento del silenzio. Del riposo. Della "cicagna" a pancia piena. Spesso mi affacciavo in salotto e ti trovavo appisolato sul divano. Saltavo su e mi accovacciavo stretta stretta accanto a te, per dormire assieme. Ché poi al risveglio era il momento più bello di tutta la settimana. Era il momento in cui eri tutto per me. In cui si giocava assieme.

Ci siamo dovuti organizzare, un uomo nato nel 1939 e una bambina. Non potevo certo proporti le Barbie. E così mi hai insegnato la briscola, la scopa, il tressette, scala quaranta, vincevi sempre tu, ma era comunque una goduria. Ho comprato mille volte Vicolo della Vittoria, mi sono accontentata altre di Vicolo Corto e ho conquistato la Groenlandia con grande passione. Con i dadi avevo più fortuna. Eccoci, la sera, dopo la cena, mentre la mamma rassettava e poi finiva al telefono con la zia, io e te a respirare l'aria di John Wayne, o a cantare stonati assieme a Gene Kelly. Erano gli anni '80, eravamo bambini assieme, io ti facevo vedere Ritorno al futuro e tu mi riportavi agli anni '50, al mito italiano dell'America, al tuo dopoguerra adolescente.


Questa mattina ci siamo sentiti. Non amo le ricorrenze inventate per scopi commerciali. Ma so che a te fa piacere che io ti pensi. E a me fa piacere saperti soddisfatto. Ti ho fatto gli auguri per la festa del papà. Mi hai ringraziato, sembravi contento. Prima di attaccare mi hai ricordato che per te oggi è una data particolare. Hai il piacere di ricevere l'affetto di una figlia e di celebrare la tua paternità, ma anche il ricordo di un altro padre che se ne è andato improvvisamente 25 anni fa proprio il 19 marzo. Il tuo. Un babbo che io ho conosciuto poco nonostante lo avessi visto tutte le domeniche a pranzo per 15 anni. Si mangiava assieme, si prendevano le paste, e poi lui se ne andava a dormire in studio con la radio accesa e la stessa voce che tu correvi a sentire a casa nostra. Non era espansivo con me. Chissà, forse altre generazioni, forse semplicemente carattere.

Allora sai cosa babbo, facciamo così, facciamo che questo 19 marzo per noi diventi il tempo del ricordo, della confidenza, dell'intimità. Facciamo che mi racconti chi sei, cosa hai provato, cosa ti manca, cosa ti fa ancora male e cosa ti fa star bene. Mi dirai che molte cose le so già. No babbo. Sono sicura che non so nulla. Nulla. Dell'uomo che sei. Io so il padre che sei stato e che sei ancora, e alcune tue piccole abitudini. Ma tra le cose belle che solitamente sembrano scarseggiare nel diventare adulti, c'è quella, se si è fortunati e la vita e il tempo lo concedono, di poter conoscere finalmente il proprio padre come uomo e la propria madre come donna. Ecco l'augurio che ti faccio, l'augurio che ci faccio. Conosciamoci.


Ciao Ugo, piacere, io sono Marzia. Raccontami di te. Minuto per minuto. Come stai?




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