Testo selezionato nella rassegna di nuova drammatirgia contemporanea

"Quaderni di scena" a cura di Attilio Scarpellini, incontri tra pubblico, critica e drammaturghi. Teatro Argentina di Roma.

 

 

(foto Carlotta Tucciarone)

 

Tutti i diritti riservati.

Un vecchio disco suona “Mamma” cantata da Beniamino Gigli. Fetocchia è in piedi, un poco rigida, i piedi uniti, apre le braccia per abbracciare qualcosa o qualcuno che lei immagina sia lì, ma le braccia crollano sui fianchi contro il suo volere. Come se i chiodi cadessero e liberassero la braccia dal suo essere croficissa. Le gambe radicate tengono immobile Fetocchia, mentre le braccia si lanciano in una corsa. Una corsa immobile. Il disco si interrompe. Fetocchia torna sulla sedia. Afferra il suo abecedario. Una gigantesca bibbia a forma di cartella scolastica.

 

FETOCCHIA:

 

Nasco. Per andare a scuola. La scuola che forma. 

Scuola, che tu forse insegni a gioire, a correre e a ballare? Eserciti forse l’amore, il rispetto? Sostieni forse il mio valore, il mio futuro, come racconti il passato? I versi del misterioso Omero, le musicali tabelline aritmetiche, le profonde consapevolezze filosofiche, che forse ne restituisci la magia, che fai assaporare l’istante in cui sono nate le sacre intuizioni? O ispiri lo scolaro alla maraviglia delle scienze? Costipate sedie sbucciate sottomesse a verdi rettangoli senza speranza arredano stanze profumate di denaturato spirito. 

 

Gira la cartella, sul retro una lavagna. Mentre racconta disegna con il gesso due grandi orecchie d’asino.

 

Corpi nervosi e flessibili, cuori battenti, menti curiose e affamate di elementi, annoiate di date, castrate nella conoscenza del respiro, o superficiali animi in pubertà, inorgogliti di adulatoria prestazione nozionistica, tesi a gareggiare per un bianco colletto inamidato specchio dei loro signori,queste le carni da ingrassare. Un mulinello gerarchico di voti, giudizi, promozioni, bocciature, doveri e premi, carriere ripiegate, dotti narcisi, geni costretti e rari docenti ribelli, reietti da un misero potere.  

Non dovrebbe mai essere obbligatorio andare a scuola. 

Oggi non ho ancora imparato a scrivere, ero impegnata a fare la cornicetta.

 

Posa la cartella. 

 

Da domani darò i voti al maestro, per valutare la capacità di giocare

 

Afferra due scarpe d’orate ognuna appesa ad un filo. Le muove come fossero burattini.

 

Il gioco, per sua natura, ha regole uguali per tutti.

 

 

Il mio naso ti cerca, si allunga.

Tanto è più grande la distanza da te, tanto più cresce per sniffarti il cuore.

LUCIGNOLO/ROMEO:

 

Signori e signori, chiamatemi Lucignolo! Sono qui per cadere nel gioco eterno, istintivo, ingenuo, dell’amore per le doppie scorrette, i congiuntivi nascosti, le virgole dispettose, le maiuscole assenti, niente accenti saccenti ma nessuna ignoranza di allegria. Destinazione l’altro mondo. Per non respirare relazioni siliconate di benessere. Il vostro educere estrae un altro dal sé, modifica geneticamente, e per le vostre velleità di artisti al massimo si arroga il dovere di scolpire il saltimbanco che vi lusinghi. O si riduce al truce mestiere di allevare animali per soddisfare i vostri bisogni. A nostra volta disciplinati diverremo educatori di carni per bene, dell’amore come sacrificio, promuovendo la carriera di figlio devoto, unico auspicabile posto fisso da secoli proposto come terapia per una morte approvata. 

Povero Edipo, unica vittima, eppure la storia dei padri racconta colpevole. Di esser nato. Nella follia dei sonagli mi perderò con una scoreggia. E se puzza respirate profondamente, potreste rischiare di sentire l’odore della poesia.

Noi anime lunari abbiamo creduto nel mondo capovolto del velluto, del riflettore solare, delle acrobazie animalesche, degli sghignazzi liberi e fluenti, pozzo profondo di ogni antica speme, gola e lingua che tutto può dire burlona, cercando orgasmi spontanei di applausi. Romeo, romeo la tua morte illumina le loro impotenze. Non hanno orgasmi. Siamo costretti al branco o esiliati nell’autoerotismo.

 

Il seme che siamo è l'unico valore di fede, fossero tutti credenti, non ci sarebbero croci.